28 maggio 2010

MONTEGALDA






Come non ricordarti, o Montegalda,
paese mio natale
fertile gemma della Valpadana?
Sembri terra di tutti e di nessuno,
ma sei patria di Conti e di Marchesi
e di scrittori e d’uomini d’affari,
di contadini e di lavoratori
che scrissero la storia col sudore
e con i figli
unica loro lettera d’amore.
Quando ritorno tra le tue colline
ripercorrendo svelto le tue vie
nuove, asfaltate
e vedo le tue case
moltiplicarsi come gli anni miei,
insorgono i ricordi dell’infanzia
e quel tuo volto
antico
e polveroso
ormai scomparso.

Rivedo il tuo castello in alto, quasi
sospeso nel mistero
la chiesa vecchia sopra uno spuntone
e il cimitero
e quella nuova ancora in costruzione
col campanile obliquo dall’inizio
e le due piazze il giorno del mercato
e il municipio e il fiume Bacchiglione
così grandi quand’ero piccolino
così piccoli addesso che son grande.

Appena scolaretto,
furtivamente andavo ad esplorare
le tue strade dai nomi singolari
fino alla ferrovia, vicino ai nonni,
e a quel suo ponte
bersagliato negli anni della guerra
e mai caduto,
fino a Colzé e a Veggiano
e a Grisignano
dov’erano sepolti i nostri cari.

Salivo le colline sopra il dosso
per guardarti dall’alto come un fiore
- piccolo mondo antico -
con petali ed un cuore
e un suo profumo
e dilatarmi oltre i confini tuoi...
Mai pensavo che un giorno avrei solcato
i cieli contemplando monti e fiumi
deserti e campi e agglomerati umani
e isole e mari d’ogni continente.

Era compagna mia la bicicletta
senza fanale, con un solo freno
ed una delle ruote ricomprata
servendo
la Messa delle cinque del mattino:
due anni a piedi, solo per chilometri
nel buio o nella nebbia
tra inafferrabili fruscii e fantasmi
per, finalmente, correre più rapido
di tante mie paure!

Mai dimenticherò quella casetta
tutta mattoni rossi senz’intonaci
con una croce in calce sull’ingresso
quella casetta
dove nascemmo i quindici fratelli,
espropriata della terra attorno,
con una stalla, il pozzo ed un porcile
ed il cortile
e un letamaio e l’orto e il fosso in fronte
ed alberi da frutto.

Su cinque campi in prestito vivemmo
lontani, senza mezzi per raggiungerli
e con due mucche appena
che generosamente
donarono per anni
il vitellino.
Col loro latte
e il maialino
e le uova contate del pollaio
coi brodi di verdura
e le patate
tanta polenta
e un pane solamente
ai dì di festa,
pigiati in una stanza per dormire
senza riscaldamento o luce o doccia,
crescemmo ed imparammo che la vita
per quanto tribolata
o impoverita
pur sempre è poesia.

Come tant’altre, la famiglia mia
si costruì da sola
con l’eroïsmo semplice e indifeso
di mamma e di papà
lasciati a parte dalle istituzioni
civili perché troppi erano i figli.
Per mantenere gli ultimi arrivati
e pure me già entrato in seminario
sacrificarono i più grandicelli
gli studi e lavorarono di braccia
sciamando altrove ancora tenerelli.

Dopo ventisett’anni ti lasciammo
con dei rimpianti forse,
o Montegalda,
in cerca d’una casa, d’altra terra
e d’altri amici.
Ora di noi non resta che il cognome,
inciso -mi s’è detto-
sotto la trave bassa del granaio
dove risalivamo da bambini
per vivere di sogni e di nient’altro
e per giocare.

Poco è rimasto di quei sogni, poco
di quel tuo volto
e della mia casetta,
o Montegalda,
e pochi mi conoscono se torno!
Ma tu semplicemente mi sei dentro,
sia pure come fantasia assopita
d’un vincolo incompiuto,
e tale mi rimani, colorita
d’una pudica, dolce nostalgia.

Nessun commento: